Trauma: stare fuori dal tempo

Memoria: il passato che non si ricorda, il futuro che fa paura, la linea del tempo che non esiste

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Memoria: il passato che non si ricorda, il futuro che fa paura, la linea del tempo che non esiste

Della mia vita fino a tutto il 1985 — fino ai miei ventisei anni — non ricordo quasi nulla. Di quell’anno ricordo i farmaci e gli attacchi di panico che si ripetevano, e poco altro; del prima, quasi niente. Restano flash discontinui, immagini brevi legate quasi sempre alla paura e all’abbandono, qualche frammento che torna senza contesto. Quando incontro amici di allora che rievocano episodi vissuti insieme, scopro di non averne traccia: loro raccontano, io ascolto una storia che dovrebbe essere mia. Non è la dimenticanza ordinaria del tempo che passa. È la firma che una dissociazione lunga ventisei anni lascia sulla memoria.

Per molto tempo ho pensato che fosse un difetto dell’apparato, come una pellicola esposta male. Oggi credo che sia un’altra cosa. La memoria autobiografica — quella che ci permette di dire “prima è successo questo, poi quest’altro” — non si forma da sola. Si forma quando intorno al bambino ci sono adulti che gli restituiscono in parole ciò che sta vivendo. Senza quella restituzione, gli eventi non diventano racconto: restano frammenti corporei e sensoriali sciolti dal contesto. Nella mia infanzia c’era una struttura di silenzio, e quello che vedevo lo registravo nel corpo, come paura senza oggetto, come tonalità di base, mai come fatto. Un fatto si può ricordare. Una tonalità si può soltanto rivivere.

Il 1985 non è la data in cui ho cominciato a ricordare. È la data in cui ho cominciato, faticosamente e negli anni fino a oggi, a costruirmi da solo il linguaggio che non mi era stato dato. Da lì la memoria funziona diversamente. C'è voluto tempo perché mi diventasse chiara una cosa: la mia linea del tempo non comincia quando sono nato, comincia quando ho avuto le parole per dire quello che stavo vivendo. Prima c’era vita, ma non c’era una storia.

Il passato, però, non è assente. Semplicemente non arriva come ricordo. Arriva come intrusione: un volto, un luogo, una scena di anni fa che si apre da sola mentre sto facendo altro, un frammento che non appartiene a niente. Arriva nei sogni ricorrenti che mi riportano indietro, nel risveglio sudato nel mezzo della notte, in un pensiero che torna e torna con la stessa forma e la stessa inutilità. Ricordare e rivivere sono due operazioni diverse. Il ricordo è collocato — allora, là, con me che ero un altro. L’intrusione non ha coordinate: è adesso, qui, e chi la vive sono io. Il passato del sopravvissuto non sta dietro. Sta dentro.

Credo che questo dipenda dal registro in cui il trauma è depositato. Non è il registro del racconto, quindi non è il registro del tempo. Le sensazioni hanno una forma temporale — salgono, culminano, decadono — se le si lascia compiere il loro arco. Un’esperienza più grande delle risorse disponibili in quel momento viene interrotta a metà, per necessità, e un’esperienza interrotta a metà non se ne va: resta in attesa e ritorna. Non è accanimento della mente. È qualcosa che chiede di essere finito, e che non sa dove finire perché non ha mai avuto un posto sulla linea.

C’è poi un fenomeno di segno contrario, che ho sempre faticato a collocare: il déjà vu. Non un pezzo di passato che arriva senza la sensazione del passato, ma la sensazione del passato che arriva senza nessun pezzo di passato — la certezza di aver già vissuto questo momento, e di sapere come si svilupperà mentre si sviluppa, senza che ci sia nessun episodio dietro. Il punto è che il ricordo e il senso del passato sono due cose diverse, e in me arrivano separate: nell'intrusione arriva il ricordo senza il suo tempo, nel déjà vu il senso del passato senza nessun ricordo. Per qualche secondo passato, presente e futuro si schiacciano in un punto solo, tutto già deciso. La distanza tra quel momento e lo spazio che si apre nella pratica, dove niente è ancora deciso, è forse il modo migliore che ho per dire cosa intendo.

Con un passato così, anche il presente e il futuro cambiano natura. Il presente diventa difficile da abitare, e la fuga che lo svuota non fa rumore: si smette di sentire il corpo, si diventa solo pensiero, semplicemente non si è più qui. Non è una fuga verso il passato né verso il futuro. È una fuga fuori dal tempo. Il futuro, invece, arriva come minaccia. Non perché sia garantito cattivo — non lo è mai, e la speranza abita lo stesso margine della paura — ma perché un sistema che ha imparato presto che l’imprevedibile è pericolo legge in avanti per anticipare, controllare, prevedere. L’attenzione, che dovrebbe testimoniare ciò che c’è, si mette a scandagliare ciò che non c’è ancora. Il costo è doppio: non governa il futuro, e nel frattempo perde l’unica cosa che potrebbe incontrare.

Messe insieme, queste tre cose disegnano una condizione strana: il passato non disponibile come ricordo, il presente vuoto, il futuro chiuso. Della linea del tempo su cui gli altri sembrano camminare — un prima, un ora, un dopo — non resta quasi niente. Poi succede una cosa che non mi aspettavo.

Quando il lavoro sul corpo funziona — la pratica, il ritorno lento alle sensazioni, il disorientamento attraversato con curiosità anziché con chiusura — quello che si apre non è il tempo ritrovato. Non torna il passato, non si fa sicuro il futuro. Si apre uno spazio, e in quello spazio ciò che diventa vivibile è unicamente il presente. Ma non il presente inteso come sezione della linea, come punto tra un prima e un dopo. È un presente dilatato, che non ha bordi temporali. Lo riconosco da una cosa semplice: per un tratto smetto di aspettare — che passi qualcosa, che arrivi qualcos’altro — e quello che c’è occupa tutto lo spazio disponibile. Le cose tornano a non essere ancora decise, e la vita si presenta come possibilità e non come contenuto. Ho scritto altrove che una cosa che ritorna non ha un posto sulla linea del tempo, che attraversa tutte le epoche della vita allo stesso modo. Adesso mi sembra di capire perché: quando il tempo cede, ciò che regge è lo spazio — lo schema di fondo del corpo esteso e situato, il peso, i piedi, il respiro come viene. Nulla di questo ha una data. E la pratica non riporta il tempo: lavora sull’unico asse rimasto.

Non è nostalgia di uno stato precedente. Non c’è nessun me di prima da ripristinare — quello che si rimette insieme è chi sono adesso. E l’unica forma di tempo che sopravvive non è la linea ma il ritorno — un ricordo del presente, che è poi il senso antico della parola sati, quella che traduciamo con consapevolezza: perdere la pratica e riprenderla, uscire dal corpo e rientrarci, ogni mattina rimettersi insieme. Non una freccia. Una manutenzione.

Devo però dire l’ultima cosa, altrimenti anche questa pagina diventa una promessa. Il sopravvissuto al trauma non vive nel presente per saggezza. Ci vive perché il resto non è disponibile, e questo presente senza tempo può essere anche una bolla: la derealizzazione che occupa tutto il campo, lo stato che coincide con il mondo. La bolla e lo spazio hanno lo stesso contenuto. Quello che li distingue non è quanto corpo si sente, ma l’ampiezza del campo, e la lucidità: nello spazio la derealizzazione c’è ancora, identica, ma è diventata una cosa tra le cose, e accanto a lei c’è il sentire di essere vivo. Non è dissociazione. È presenza a un grado raro. E la domanda che permette di riconoscere da che parte si è non è “senti il tuo corpo?”, ma “quello che vedi ti arriva come reale?”.

Nessuna pratica fa sì che sia lo spazio, e non la bolla, a presentarsi. Si possono predisporre le condizioni, non produrre l’esito. Ma quando accade, la mancanza della linea del tempo smette di essere soltanto una perdita. Il presente dilatato non è un ripiego per chi non ha un passato: è l’unico tempo che c’è, per tutti; chi ne è rimasto senza per necessità, semplicemente, non ha altro posto dove stare. Non è una consolazione. È un fatto, e lo verifico quasi ogni mattina, al risveglio.