La fuga che non fa rumore

Pressione mentale e strategie di evitamento

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Parto da me perché è l’unico osservatorio in cui posso verificare quello che dico, e in cui posso permettermi di essere onesto fino in fondo. Quello che segue non è un’analisi fatta a freddo: è la pratica stessa mentre accade — l’osservazione di quello che mi attraversa nel momento in cui mi attraversa, il restare testimone di sé mentre la vita succede. Ed è una pratica che non nasce nella calma: la cerco proprio quando sono in fatica, quando la sofferenza preme e vorrei solo andarmene. È lì che serve davvero — non prima.

C’è un carico che si accumula giorno dopo giorno senza mai chiedere permesso, e che il corpo registra molto prima che la mente lo ammetta. In questo periodo si riverbera in una proliferazione mentale che non riesco a contenere. Non è un pensare produttivo. È una moltiplicazione, un pullulare. E ogni tanto questa proliferazione si stringe su un punto solo: un pensiero che torna, e torna ancora, con la stessa forma, la stessa intonazione, la stessa inutilità. L’ossessione non è mai originale. Ripete.

E non sempre ha la forma di un pensiero. A volte sono immagini — che si aprono da sole, senza che le abbia chiamate, scollegate da qualunque cosa stia facendo. Un volto, un luogo, una scena di anni fa, un frammento che non appartiene a niente. Si aprono e si chiudono come finestre, pop-up che continuano a prodursi. E lo scherzo più sottile è proprio questo: la mente ci aggancia nel tentativo di dare loro un senso. Ci mette al lavoro a cercare un collegamento, un significato, una ragione, per contenuti che un senso non ce l’hanno e non lo avranno. Inseguire quel senso è già essere risucchiati.

È esattamente a quel punto che comincia il movimento che mi interessa osservare. Perché mentre il pensiero assilla, qualcosa in me si mette al lavoro per non sentirlo. Prendo il telefono e scrollo. Passo al monitor del computer e scrollo lì. Apro il frigorifero. E soprattutto genero un secondo pensiero, un pensiero conciliante, ragionevole, che entra in lotta con quello assillante e cerca di rassicurarlo: “va bene così, andrà bene, non è come sembra”. Sono tutte forme della stessa cosa. Sono tutte strategie di evitamento.

Il corpo, intanto, dice la sua e non usa metafore. C’è un’oppressione al petto — non un dolore, una compressione, come se lo spazio per il respiro si fosse ristretto di qualche centimetro. E c’è una stanchezza diffusa, senza localizzazione, che non passa col riposo perché non nasce dalla fatica.

Nasce da quello che il corpo continua a portare anche quando la mente crede di aver staccato. È quello che chiamano carico allostatico: il conto che il corpo paga per un’attivazione che non si spegne mai. E qui si chiude un cerchio che non ha un verso solo: più sono stanco, più la mente prolifera, perché un sistema esausto non ha risorse per contenersi; e più la mente prolifera, più mi sfinisce, perché ogni giro di pensiero consuma come se fosse lavoro vero. La stanchezza alimenta il rumore, il rumore produce stanchezza. Non so mai da quale dei due sono partito. Vado avanti così per tutta la giornata, sostenuto da un’attivazione che scambio per efficienza.

C’è poi qualcosa che sembra contraddire tutto questo, e invece lo completa. Quando la mente è così piena, così affaticata dai suoi stessi contenuti, il corpo si dirada. Diventa assente. Non che smetta di mandare i suoi segnali — l’oppressione al petto resta lì — ma smetto di abitarlo. È un corpo non sentito, non connesso, ridotto a fondale di un’attività che si prende tutta la scena. Divento solo pensiero. Ed è qui che l’evitamento riesce meglio di tutto: non ho più nemmeno bisogno di scrollare o di aprire il frigorifero, perché me ne sono già andato. La forma più completa di fuga non fa rumore: semplicemente non sono più qui.

Poi la sera il corpo cede di schianto. Non mi addormento: crollo, in un sonno che somiglia più a una narcosi che a un riposo. E non tiene. La notte si spezza in interruzioni, risvegli senza contenuto, tratti di veglia in cui non succede niente se non l’attesa del sonno successivo. Al mattino, prima ancora di aprire gli occhi del tutto, la mente è già partita — già proiettata in avanti, già dentro la giornata che non è cominciata, già impegnata a prevedere.

Il risveglio, in quei giorni, non è un inizio. È la ripresa di qualcosa che non si era mai fermato.

Quello che ho imparato — e che continuo a dover reimparare ogni volta, perché saperlo non basta — è che l’evitamento non è un errore. È una soluzione. Ha una sua intelligenza, e va riconosciuta prima di qualsiasi altra cosa, altrimenti finisce che ci si mette a combatterlo, e combattere l’evitamento è solo un altro modo di evitare.

Nessuno sviluppa strategie di fuga per debolezza di carattere. Le sviluppa perché a un certo punto, in un momento preciso, quella era l’unica via disponibile. Un organismo che si trova esposto a un’esperienza più grande delle risorse che ha in quel momento fa l’unica cosa sensata: si allontana. Si distrae, si irrigidisce, si stacca, si anestetizza. E funziona. Questo è il punto che si tende a dimenticare: funziona davvero. La pressione cala, il petto si allenta di qualche grado, per qualche minuto la mente smette di ripetere. Se non funzionasse non lo faremmo.

Il problema è che funziona subito e costa dopo. Ogni volta che scrollo, la spinta si placa — e ogni volta che si placa così, il sistema impara qualcosa. Impara che quella sensazione va gestita andandosene. Impara che il petto compresso è un segnale di pericolo e non un movimento della vita che sta cercando di completarsi. Impara, soprattutto, che io non sono capace di reggerla, perché non mi sono mai concesso di verificare se lo sono. La strategia di sopravvivenza si trasforma lentamente in una struttura, e la struttura mantiene in piedi esattamente la sofferenza che era nata per attenuare.

Ecco il paradosso, ed è impietoso: l’unica cosa che permetterebbe a un’esperienza difficile di esaurirsi è restarci dentro abbastanza a lungo da lasciarle compiere il suo arco. Le sensazioni hanno una forma temporale — salgono, culminano, decadono — a patto che non le interrompiamo a metà. L’evitamento le interrompe sempre a metà. E un’esperienza interrotta a metà non se ne va: resta lì, in attesa, e ritorna. Il pensiero ossessivo che torna e torna non è accanimento della mente. È qualcosa che chiede di essere finito.

C’è poi una cosa che dovrebbe insospettire più di ogni altra, e cioè quanto l’evitamento sia capace di travestirsi. Scrollare il telefono lo riconosco subito, è grossolano, quasi onesto nella sua rozzezza. Ma il pensiero conciliante che si affianca a quello assillante per calmarlo — quello no. Quello ha la voce della saggezza. Ha perfino il vocabolario giusto: “accetta, lascia andare, osserva”. E può essere l’evitamento più efficace di tutti, perché usa gli strumenti della pratica per fare l’esatto contrario della pratica. Ci si può nascondere dentro la mindfulness con notevole eleganza. Lo so perché l’ho fatto.

C’è una forma che sta a metà strada, e proprio per questo è più insidiosa. Copro il rumore di fondo della mente con altro rumore: metto musica, quella che amo, e funziona due volte — da un lato mi distrae, dall’altro mi placa davvero. Ed è questo il punto scivoloso: placa davvero. Non è grossolana come lo scrollare, non ha nemmeno la falsa voce della saggezza del pensiero conciliante. Ha la faccia innocente di una cosa bella. E a volte lo è: la musica è nutrimento. Ma in quei momenti lì non la sto ascoltando — la sto usando per non sentire. La distanza tra le due cose è sottile, e riconoscerla richiede più onestà di quanta ne serva per posare il telefono.

Se c’è una direzione — e la chiamo direzione, non soluzione, perché “soluzione” sarebbe già un’altra pretesa — non passa dalla mente. La tentazione, quando la testa è così piena, è di rivolgersi ancora alla testa: fermare i pensieri, ottenere silenzio. Ma la mente non si ferma. Chiederle di fermarsi è solo darle un altro compito. Quando va bene si stabilizza, e non perché gliel’ho ordinato: lo fa quando il resto smette di correre.

Per questo si comincia dal corpo, e si comincia fermandolo. Fermarsi prima fisicamente — con il corpo, non con l’intenzione — e da lì provare a rientrare, a sentire quello che è esperibile in quel momento, le sensazioni del corpo là dove arrivano: i piedi, il peso, il respiro per come viene — l'unica cosa che sta accadendo davvero adesso, mentre tutto il resto è già ricordo o attesa. Non per stare bene, non per far passare niente. Solo per tornare ad abitare il posto da cui ero uscito.

E questo apre l’unica cosa che conti davvero. Quando torno nel corpo si crea uno spazio da cui posso guardare il resto — i pensieri, le immagini, l’oppressione — senza esserne risucchiato. Quello che guarda non è l’io che pensa, non è il pensiero pensato: è un testimone. E il testimone vede una cosa semplice: quelli sono soltanto pensieri. Contenuti che attraversano la mente, spesso senza alcun legame con la realtà, e che però diventano sofferenza — nel petto, nella stanchezza, nella notte spezzata. Riconoscerli come tali non li fa sparire di colpo. Ma nel momento in cui la consapevolezza li riconosce per quello che sono, la presa molla, un poco. Non perché li ho combattuti o scacciati, ma perché ho smesso di prenderli per veri, e qualcosa che non viene più creduto perde la forza di stringere.