Rimettersi insieme, ogni mattina
Corpo entropico
Il corpo, al mattino, impiega più tempo a diventare sé stesso. Per qualche minuto è ancora un insieme di parti che si stanno mettendo d'accordo — una spalla che riprende la sua forma, un ginocchio che ricorda lentamente come si piega, una voce che esce roca prima di trovare il suo timbro. Non è dolore. È una sottile e costante linea di difficoltà con cui confrontarsi ogni giorno: il tempo che il sistema impiega oggi per tornare a essere sé stesso, un tempo che ieri non c'era.
Il corpo, per anni, si fa notare solo a tratti — una febbre, una caduta, un dolore che passa. Poi torna in silenzio e si riassesta da solo, senza chiedere permesso: mangia, dorme, cammina, come una stanza che si riordina mentre si è fuori. Ma l'equilibrio non è mai uno stato raggiunto e fermo — è un movimento impermanente, un aggiustamento che non smette mai, condizionato ogni volta da ciò che viene da fuori e da ciò che si muove dentro. Arriva un momento — non uguale per tutti, ma per tutti arriva — in cui questo lavoro comincia a farsi sentire. Il corpo sente che ogni giorno qualcosa deve essere rimesso a posto, e che rimetterlo a posto costa. È manutenzione. Il corpo spende energia per restare dove era, e quell'energia, con gli anni, rende sempre meno.
La malattia è un'altra faccenda. Arriva con un nome, una data, un decorso, e chiede un altro tipo di attenzione — non è manutenzione più cara, è un'altra cosa, e non merita di essere assimilata a questa. Qui si parla solo del lavoro di fondo, quello che nessuno vede finché non comincia a costare. Un lavoro che continua anche dentro la malattia, sotto di essa, a fare quello che può.
Nessuno ha deciso questo. Non c'è un piano, non c'è una programmazione che scandisce il decadimento come un orario ferroviario. C'è soltanto il fatto che tenere le cose in ordine è più difficile che lasciarle andare — è così ovunque, nelle stanze, nelle relazioni, nelle cellule — e il corpo, come tutto ciò che è vivo, è una piccola isola locale di ordine dentro un universo che tende altrove, ineluttabilmente destinato all'entropia. Restare in equilibrio non è la condizione naturale. È il lavoro. E il margine per farlo, con il tempo, si assottiglia.
Proprio in quel margine che si stringe, però, qualcosa può ancora accadere — non contro l'entropia, non abbastanza forte da fermarla, ma dentro di essa. È il punto in cui il corpo viene sentito invece che solo subito. Una forza debole, che non promette niente: al mattino, prima di alzarsi, la spalla è ancora lì che si rimette a posto, e la si può seguire — il peso, il punto che tira e poi cede, il movimento che infine si apre. Restare mentre accade non lo impedisce e non lo accelera. Non si sa se rallenti qualcosa. Probabilmente no, non in modo misurabile. Ma cambia da che parte si sta mentre il margine si assottiglia — se dentro il processo, come suo testimone, o fuori, come sua vittima.
C'è una specie di onestà in questo che nessuna narrazione eroica prepara a vedere. Si crede a lungo che invecchiare sia perdere una battaglia — poi si scopre che non c'è nessun nemico da respingere, nessuna volontà avversa che voglia la nostra dissoluzione: non si perde niente, si paga solo il prezzo reale di essere un corpo che continua a scegliere, ogni mattina, di rimettersi insieme. Nessuno sa quanto il bilancio reggerà. Ma il riassestamento, oggi, è avvenuto ancora una volta.