Il trauma che non vogliamo vedere

Normalizzare ma non banalizzare: il costo, individuale e sociale, del mancato riconoscimento

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Normalizzare ma non banalizzare: il costo, individuale e sociale, del mancato riconoscimento

Nel novembre del 2021, a Varese, l'associazione Essere Esseri Umani — guidata dalla psicoterapeuta e supervisore EMDR Marta Zighetti, che ne è la responsabile clinica — organizzò un convegno dal titolo "Noi siamo Uno — Terapia integrata per la prevenzione e la cura del trauma". Io ne fui co-organizzatore. Era accreditato ECM, con i patrocini dell'Ordine degli Psicologi, della Federazione degli Ordini dei Medici e delle società scientifiche che in Italia si occupano di trauma, dissociazione e psiconeuroendocrinoimmunologia. Tra i relatori c'erano psichiatri, neuroscienziati, il direttore del CENSIS, il fondatore del Trauma-Sensitive Yoga. La presentazione di quel convegno conteneva già tutto quello che sto per scrivere: che la pandemia aveva "reso virale la parola trauma", e che serviva una cura capace di prevenire i costi individuali e sociali. L'anno dopo, nella seconda edizione, il punto venne detto ancora più chiaramente: molti disturbi fisici e psicologici sono correlati a esperienze di stress o di trauma che spesso non vengono riconosciute, e questo porta a diagnosi non del tutto corrette, che non curano il problema alla radice.

Sono passati cinque anni. Quel messaggio non è stato ascoltato, e la situazione nel frattempo è peggiorata — nella mente delle persone e nell'approccio del sistema sanitario. Questo pezzo non dice niente di nuovo. Prende atto.

Partiamo dalla parola, perché è lì che si annida il primo equivoco. Trauma, oggi, si dice per tutto: la giornata storta, l'esame andato male, la serie interrotta. La parola si è allargata fino a coprire ogni disagio, e allargandosi ha perso peso. Ma il trauma ha una definizione clinica, e al convegno la diede uno psichiatra, Giovanni Tagliavini: un'esperienza minacciosa estrema, insostenibile, inevitabile, di fronte alla quale una persona è impotente. Non è lo stress — la risposta a compiti percepiti come eccessivi, che la pandemia ha distribuito a tutti. Il trauma è ciò che accade quando la necessità di sopravvivere diventa cronica e chiede l'intervento dell'intero organismo.

Qui sta la distinzione su cui si regge tutto il resto: normalizzare significa togliere la vergogna a chi porta un trauma, perché possa dirlo; banalizzare significa togliere peso a quello che dice. Sembrano vicine e sono opposte. La banalizzazione non nega il trauma — lo congeda. È il "siamo tutti un po' traumatizzati", il "vatti a fare una pizza, vedrai che passa". Chi la subisce impara in fretta la lezione: quella cosa non va più nominata. Così la battuta ottiene, con gentilezza, lo stesso risultato dello stigma: il silenzio.

Il silenzio è la forma che lo stigma prende dove il trauma nasce più spesso, in famiglia. Chi porta un trauma lungo, relazionale, spesso non sa di portarlo, perché nessuno intorno lo ha mai nominato. Le famiglie esercitano un controllo sottile e tenace su ciò che non deve emergere: si sa e non si dice, si vede e non si guarda. Non è quasi mai cattiveria; è paura, vergogna, l'idea di proteggere. Ma un bambino che cresce dentro quel silenzio impara a non vedere quello che vede, e ciò che non può essere detto non scompare: si deposita. Per chi vive dentro una di queste famiglie vorrei che questa pagina fosse prima di tutto un alleggerimento: quel malessere che non ha nome non è immaginazione, non è debolezza, non è colpa. Ha una radice, e la radice si può riconoscere.

Ciò che si deposita, si deposita nel corpo. Anche questo, al convegno, fu detto con precisione da Francesco Bottaccioli, tra i fondatori della società italiana di psiconeuroendocrinoimmunologia: le parole della psiche diventano molecole, e infiammano cervello e immunità. Lo stress cronico e il trauma entrano nei processi di base — il sonno, la digestione, la memoria, l'espressione delle emozioni — e ne escono come sintomi che non dichiarano la loro origine. È qui che il sistema sanitario mostra la sua cecità particolare. Davanti a un dolore cronico, a un intestino che non funziona, a un sonno che non ripara, la macchina fa quello che sa fare — la TAC, la radiografia, la ricetta — e quando gli esami sono puliti, ricomincia. Nessuno, quasi mai, fa la domanda a monte: che cosa ha attraversato questa persona? Non per negligenza dei singoli, ma perché la formazione medica quella domanda non la prevede. Il paziente rimbalza di specialista in specialista, accumulando esami, farmaci e la sensazione di non essere creduto. Il trauma non riconosciuto viene curato all'infinito per quello che non è. E questo ha un costo, per la persona che non guarisce e per il sistema che paga ogni rimbalzo.

Poi è arrivato il Covid, e quello che era un problema è diventato un'onda. Al Gaslini di Genova i ricoveri per disturbi psichiatrici acuti in età evolutiva sono quadruplicati, da 72 nel 2019 a 270 nel 2022, e in tre casi su quattro si tratta di ragazze. I neuropsichiatri infantili italiani hanno registrato, rispetto al pre-Covid, un aumento di circa il 27% di adolescenti che si fanno del male o pensano al suicidio, che in Italia è la seconda causa di morte tra i 15 e i 24 anni. In meno di dieci anni i pazienti seguiti dai servizi di neuropsichiatria sono raddoppiati. Dentro quest'onda c'è un intreccio nuovo, tra i social e l'autolesionismo: la ricerca ha mostrato che oltre tre ore al giorno sui social si associano a un rischio più alto di farsi del male, e chi lavora nei reparti descrive un disagio che si contagia e si mette in scena negli stessi spazi digitali in cui i ragazzi vivono.

Il divario tra bisogno e cura ha una misura anche a scala nazionale. Il Ministero della Salute conta circa 854 mila persone assistite dai Dipartimenti di Salute Mentale nel 2023; se, come stima l'OCSE per l'Europa, una persona su sei ha, nell'arco di un anno, un problema di salute mentale, in Italia ne viene presa in carico circa una su dieci. Chi lo dice da dentro il sistema non usa giri di parole. Giorgio Rossi, che ha diretto la Neuropsichiatria Infantile di Varese, parla di una grande sofferenza diffusa che sfocia nell'autolesionismo e nella suicidarietà, di reparti sottodimensionati, di uno dei più bassi indici di posti letto rispetto alla popolazione adolescenziale. "È una questione di investimenti", dice. Questo accade a Varese, in Lombardia, una delle regioni più ricche d'Europa: non dove mancano i mezzi, ma dove i mezzi ci sarebbero. Se anche qui il sistema è sguarnito, il problema non è la scarsità, è la priorità. Questa sofferenza non viene vista come qualcosa su cui valga la pena investire, perché non viene riconosciuta per quello che è. La cecità non è un vincolo di bilancio. È una scelta.

La possibilità, però, esiste, e sta in un gesto solo, lo stesso per i due lati di questa storia: riconoscere. Alla persona che porta un trauma, il riconoscimento dà quello che nessun esame le ha mai dato — la conferma che il suo dolore è reale e ha una storia. Al sistema, eviterebbe la diagnosi mancata, il rimbalzo infinito, il costo che si accumula. Non servono rivoluzioni: servono medici formati a fare anche quella domanda, servizi che non scoppino, e accanto alla cura tradizionale gli approcci mente-corpo che lavorano dove il trauma si è depositato — pratiche trauma-informed che rimettono il corpo al centro del trattamento, come chiedeva al nostro convegno David Emerson, che il Trauma-Sensitive Yoga lo ha fondato. Non al posto della medicina: accanto, prima, intorno.

Non so se questa volta il messaggio verrà ascoltato. So che nel 2021 c'era già tutto, e che da allora ogni anno di silenzio ha presentato il suo conto — in reparti pieni, in diagnosi sbagliate, in famiglie che continuano a non nominare. Da settembre sono responsabile della cellula di Varese dell'Associazione Luca Coscioni. Le prime due cose che intendo fare sono chiedere che i dati sulla salute mentale del territorio — liste d'attesa, posti letto, organico — siano pubblici, e proporre al Comune, con una petizione popolare, una consulta permanente sulla salute mentale. Normalizzare il trauma non è renderlo banale: è dargli il diritto di esistere, perché solo ciò che esiste può essere curato. Il resto continua a costare, a tutti, esattamente quanto costa adesso.