Tempo speso, tempo abitato

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Appena il fare si ferma, arriva la domanda: «E adesso cosa faccio?». Anche quando non dobbiamo fare nulla, fermarsi è difficile, e il vuoto sembra qualcosa da riempire subito.

Non è un difetto. È un'abitudine che ci ha protetti: stare occupati ci tiene lontani dal sentire. Quando ci fermiamo torna il corpo, tornano sensazioni che non siamo abituati a ospitare, a volte la noia. E allora cerchiamo qualcosa da fare, per non restare lì.

Ma c'è uno scambio nascosto. Il fare continuo ci dà l'impressione di vivere di più, perché riempie le giornate. In realtà spende ogni momento verso il successivo: il presente non lo abitiamo mai, è sempre un mezzo per ciò che viene dopo. Giornate piene, e noi quasi assenti.

Anche la memoria ci inganna. Il tempo pieno lascia molti ricordi e sembra «vissuto», anche se è volato via. Il tempo fermo non lascia tracce, e così ci pare tempo perso — proprio mentre è l'unico in cui siamo davvero presenti.

C'è poi una cosa più sottile. Il tempo speso costruisce l'idea di noi: i ricordi, la storia, il personaggio che crediamo di essere. Nel tempo abitato c'è meno io. Solo il momento che accade.

Non si tratta di non fare. Si tratta di non riempire subito. Di lasciare il tempo abbastanza vuoto da poterlo abitare.