Siamo tutto quello che non possiamo controllare

Non c'è nessun posto dove andare, niente da fare, niente da raggiungere.

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Non c'è nessun posto dove andare, niente da fare, niente da raggiungere

C'è un'illusione così pervasiva da risultare invisibile: che governando abbastanza bene le cose piccole — l'orario, la parola detta al momento giusto, la reazione dell'altro, l'esito di domani — si possa tenere a bada quello che sta per accadere. Non è una convinzione che si professa. È una postura del corpo, un modo di stare nel tempo. E non è vera. Quello che possiamo effettivamente governare, istante dopo istante, è pochissimo.

Il buddhismo antico ha un nome per la condizione che rende questa illusione necessaria e insieme impossibile: anicca, l'impermanenza. Non è un'idea sulla realtà, è la natura stessa della realtà — di tutto ciò che esiste, animato o inanimato, incluso ciò che chiamiamo sé. E qui il secondo affondo, meno familiare del primo, quello che la stessa tradizione chiama anattā, non-sé: quel sé che cerca di governare la situazione non è l'entità stabile che sembra essere. Le neuroscienze cognitive e il buddhismo, per strade diverse, convergono almeno su questo — che quando si cerca sistematicamente un sé permanente, isolato, che duri nel tempo, non lo si trova da nessuna parte: non nel corpo, non nelle emozioni, non nei pensieri (Kabat-Zinn, 2005). Chiamiamolo miraggio, immagine olografica, fantasma: comunque lo si nomini, è il prodotto dell'abitudine — individuale e culturale — di credersi continui. E la precisione qui conta: ciò che non si trova non è il sé, è la sua permanenza. Il sé non è una cosa che possediamo. È un evento che si ricostruisce a ogni istante.

Questa impermanenza del sé non è solo un'intuizione della fenomenologia buddhista. È un dato che le neuroscienze affettive descrivono con precisione crescente. Antonio Damasio ha mostrato che ciò che chiamiamo sé non è una sede fissa nella mente, ma la rappresentazione, continuamente aggiornata, delle mappe corporee che il cervello costruisce per regolare l'equilibrio interno — l'omeostasi. Il corpo manda segnali costanti sul proprio stato — la frequenza cardiaca, la tensione muscolare, il livello ormonale, l'attività viscerale — e il cervello li integra in una mappa che sale alla consapevolezza come sentimento di sé. Non è una rappresentazione statica: è un processo, ricalcolato istante per istante, perché il corpo che rappresenta è esso stesso impermanente. Cambia per ragioni interne — le oscillazioni che l'omeostasi richiede, la storia che un sistema nervoso porta con sé, incluso il trauma, che ricalibra quelle mappe rendendole più vigili, più orientate all'allarme — e per ragioni esterne, tutto ciò che dall'ambiente entra nel corpo e lo modifica. Il sé, in questo senso strettamente fisiologico, è anicca: impermanenza incarnata, non soltanto categoria filosofica. Su questo sfondo si lascia leggere una distinzione cara alla tradizione della mindfulness, quella tra rispondere al mondo e reagirvi: la risposta presuppone una mappa aggiornata e flessibile; la reazione è ciò che resta quando quella mappa si è irrigidita su un solo scenario, quello dell'allarme.

Se il sé è questo — una ricostruzione continua, non un possesso stabile — allora il controllo comincia ad assomigliare a qualcosa di diverso da un tratto di carattere: è il tentativo di quella costruzione instabile di darsi continuità, di garantirsi che l'istante successivo confermerà quello presente. Ed è qui che entra la storia di sviluppo di ciascuno, non solo la fisiologia. Un'infanzia in cui l'ambiente relazionale è stato imprevedibile in modo minaccioso insegna al sistema nervoso che l'imprevedibilità è pericolo. Il controllo, allora, non nasce come difetto di carattere: nasce come strategia di sopravvivenza in un contesto che non offriva altra via alla sicurezza. Il problema non è che qualcuno "voglia controllare troppo" — è che ha imparato, presto e bene, che non controllare costava caro.

Bisogna però distinguere due cose che il linguaggio comune tiene insieme e che vanno invece separate. C'è l'agire nel mondo — pianificare, scegliere, influenzare ciò che si può influenzare — che resta necessario e sano, ed è ben diverso dal controllo di cui parliamo. E c'è la pretesa che quell'agire garantisca l'esito: credere che, se faccio abbastanza bene la mia parte, il risultato sarà quello che ho previsto. È questa seconda cosa — non l'agire, ma la pretesa che l'agire governi l'esito — a essere la fonte della sofferenza, perché è una pretesa strutturalmente falsa. Nessun agire, per quanto accurato, garantisce l'esito. Mai.

C'è una forma di controllo più sottile delle altre, e forse più costosa, perché si annida proprio nello strumento che dovrebbe permetterci di stare nella realtà: l'attenzione. La consapevolezza — il cuore stesso della pratica meditativa — è la capacità di testimoniare ciò che accade, momento per momento, così come accade. Ma quando l'attenzione smette di testimoniare e comincia a scandagliare in avanti — anticipando, calcolando, cercando di prevedere e orientare l'istante immediatamente successivo — non è più uno strumento di presenza: è diventata uno strumento di controllo travestito da consapevolezza. È la stessa facoltà, messa al servizio di un compito diverso. E il compito diverso non funziona, perché nessuna scansione anticipatoria può davvero governare ciò che deve ancora accadere. C'è poi un dettaglio che chi porta una storia di trauma conosce dall'interno, anche quando non l'ha mai formulato: quel futuro che l'attenzione scandaglia non è aperto. Ha una forma precisa — la forma di ciò che è già accaduto. La scansione anticipatoria non esplora l'ignoto: sorveglia il ritorno del già vissuto. È memoria che lavora travestita da previsione, ed è per questo che lo scenario unico su cui la mappa si è irrigidita, quello dell'allarme, ha sempre la fisionomia del passato. Il futuro che fa paura è il passato che non ha finito di accadere. Il costo, allora, è doppio: non si riesce a controllare il futuro, e nel frattempo si perde il contatto con ciò che sta accadendo ora — l'unica cosa che l'attenzione può effettivamente incontrare.

È qui che l'accettazione trova il suo posto esatto, e non è un cedimento. Quando in un dato istante non c'è nulla che si possa realmente modificare, l'unica cosa accurata da fare con l'attenzione è testimoniare la realtà per come si presenta. Accettare, in questo senso, non è rinunciare a intervenire: è la visione esatta del punto in cui l'intervento non è più disponibile, e resta solo la possibilità di essere presenti a ciò che è.

Lo stesso equivoco, portato su scala collettiva, è diventato il rumore di fondo della cultura del lavoro contemporanea — e non solo del lavoro: anche del modo in cui oggi si parla di relazioni, di crescita personale, di se stessi.

Sii la versione migliore di te stesso — L'espressione presuppone esattamente ciò che abbiamo appena smontato: che esista un sé-modello, fisso, già definito, verso cui tendere con la disciplina giusta — come se il sé fosse un progetto architettonico da completare invece di un evento che si ricostruisce a ogni istante. Non si può ottimizzare qualcosa che non è mai lo stesso due volte.

Insegui i tuoi sogni — un'altra formula, meno esplicitamente identitaria ma identica nella struttura: se metti insieme abbastanza disciplina, intenzione, forza di volontà, l'esito arriverà. E a volte arriva. Ma quando arriva, quasi mai è per la ragione che la formula racconta. C'è quasi sempre una quota di fortuna, di contesto, di condizioni che nessuna disciplina avrebbe potuto produrre — e quella quota, sistematicamente, sparisce dal racconto. Restano solo la disciplina e la volontà, elevate a causa sufficiente, perché è una storia più semplice da vendere e più comoda da credere. Bisognerebbe anche chiedersi cosa sia, esattamente, "il sogno" — quanto di quel desiderio sia realmente proprio, e quanto sia stato consegnato già confezionato dallo stesso apparato che poi promette di aiutarti a realizzarlo. Ma questa è una deviazione che meriterebbe spazio a parte.

C'è poi un problema più specifico, che chi ha attraversato un trauma conosce da vicino. Queste formule presuppongono un sé che decide e poi esegue — un io che sceglie la disciplina e un corpo che, di conseguenza, obbedisce. Ma se il sé è la rappresentazione di mappe corporee calibrate da una storia, e non una sede di comando neutra e disponibile a chiunque nello stesso modo, allora la richiesta di "trovare la disciplina" si scontra con un corpo che ha imparato, per necessità, a orientarsi verso l'allarme invece che verso il progetto. Non è questione di carattere più debole. È un sistema che sta facendo esattamente ciò per cui si è organizzato. Chiedergli di volere di più non è una richiesta ambiziosa: è una richiesta biologicamente disonesta, perché finge che la volontà sia una risorsa uguale per tutti, indipendente dalla storia del corpo che dovrebbe produrla.

Quello che conta, a livello pratico, è l'effetto di queste formule: trasformano l'esito — sempre parzialmente fuori dal proprio controllo, per definizione — in una responsabilità totalmente personale. Se non ce l'hai fatta, non hai voluto abbastanza. È la stessa pretesa epistemica di prima — agire garantisce l'esito — ma ora istituzionalizzata, ripetuta ovunque fino a diventare senso comune, e quindi doppiamente difficile da riconoscere come falsa.

Qui bisogna però stare attenti a non cadere nel bypass spirituale — l'idea, tanto diffusa quanto vuota, che basti "lasciar andare" per trovare pace, come se il lasciar andare fosse un atto di volontà, una decisione che si prende e a cui il corpo obbedisce. Non funziona così, e chi ha imparato il controllo come strategia di sopravvivenza lo sa meglio di chiunque altro: dire al proprio sistema di allerta di smettere di vigilare non lo convince, perché la vigilanza non è nata da un'idea e un'idea non basta a scioglierla. Il lasciar andare di cui parliamo non è un traguardo che si raggiunge rinunciando a qualcosa. È, semmai, la premessa consapevole — non l'esito di uno sforzo, ma il riconoscimento di un fatto che era vero anche prima di essere visto: che governare le cose non è mai stato davvero in nostro potere. Non è rassegnazione: è la stessa visione esatta di cui parlavamo — non più applicata all'istante, ma a tutto ciò che, nel tempo, non è mai stato davvero in nostro potere.

Impermanenza, corpo, costrutto del sé, memoria, attaccamento, controllo, lasciar andare: non sono tappe di un percorso lineare, sequenza in cui una porta necessariamente all'altra. Sono aspetti dello stesso nodo: nessuno di questi elementi viene prima degli altri, si tengono insieme, si spiegano a vicenda, e la consapevolezza di uno apre alla comprensione di tutti gli altri — non in fila, ma tutti insieme, come quando in una stanza buia si accende una luce e non si illumina un oggetto alla volta.

E qui si apre lo spazio più delicato, quello che vale la pena nominare con onestà: cosa resta del fallimento, quando non si riesce a governare una situazione, se la premessa consapevole è che governarla non era mai stato davvero possibile? Non scompare il dispiacere, non scompare la fatica di ciò che non è andato come si sperava. Ma scompare quella cosa specifica che chiamiamo fallimento — l'idea che ci fosse un controllo che avremmo dovuto esercitare e non abbiamo esercitato abbastanza bene. Se la premessa cade, cade anche l'accusa che le formule della versione migliore e del sogno inseguito ripetono in ogni loro riga: che se non hai ottenuto un risultato è perché non hai voluto abbastanza.