Il filtro del giudizio
Chi giudica non si accorge che tra sé e il mondo c'è sempre un filtro: ogni percezione, pensiero e sensazione è già commentata e deformata prima di arrivare alla coscienza.
Scambia la propria interpretazione per il fatto — e la confusione resta invisibile, perché il giudizio, per funzionare, deve nascondersi e presentarsi come semplice «vedere le cose come stanno».
Non si tratta di smettere di giudicare: è costitutivo della mente. La differenza la fa la consapevolezza — nell'istante in cui mi accorgo che sto giudicando, il giudizio smette di essere identità e diventa fenomeno osservabile, e posso cominciare a ripulire quell'inquinante.
Il giudizio costante rivolto a se stessi è la forma più insidiosa: ci imprigiona dentro una realtà fallace — quella del nostro stesso tribunale interno — e ci impedisce di essere liberi, perché non stiamo rispondendo alla vita, ma a una sua versione già condannata.