Il disorientamento come spazio transizionale

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Derealizzazione, interocezione e consapevolezza intuitiva: note teorico-cliniche

Abstract

Queste note esaminano un fenomeno esperienziale ricorrente: la possibilità che lo stato di disorientamento acuto — accompagnato da vissuti di derealizzazione — si trasformi, in presenza di una consapevolezza sufficientemente ampia, in uno spazio di lucidità e di apertura al cambiamento. Si propone di leggere tale trasformazione attraverso tre cornici convergenti: il concetto winnicottiano di spazio transizionale, la ricerca sull'interocezione come fondamento del senso di sé corporeo, e la distinzione operativa tra contenere un'esperienza e sopprimerla. Se ne traggono implicazioni per gli interventi mente-corpo orientati al trauma, in particolare per i protocolli MBSR e TCTSY.

1. Il fenomeno

L'esperienza in esame presenta una struttura bifasica. Di fronte a un evento inatteso, difficile o minaccioso, il soggetto attraversa una fase di disorientamento totale, in cui l'ordinario quadro di riferimento collassa e può emergere un vissuto di derealizzazione. Da questo punto, l'esito si biforca. Nel primo caso — che il soggetto descrive come «bolla» — la derealizzazione satura l'intero campo esperienziale: il soggetto è dentro lo stato, e lo stato coincide con il mondo. Nel secondo caso si apre invece, con notevole lucidità, uno spazio in cui la derealizzazione persiste ma diventa un contenuto tra i contenuti, affiancata dalla percezione diretta di essere vivi, esperita come possibilità di cambiamento.

Due osservazioni metodologiche. Primo: la differenza tra i due esiti non riguarda il contenuto dell'esperienza ma l'ampiezza del campo che la contiene. Secondo: nessuna pratica garantisce il secondo esito. L'apertura ha carattere di evento, non di prestazione; il soggetto può predisporre le condizioni — sostituendo alla chiusura difensiva un atteggiamento di curiosità — ma non produrla a comando. Questa irriducibilità distingue il fenomeno dalle retoriche di autoefficacia che promettono il controllo degli stati interni.

2. Tre cornici teoriche

La prima cornice è di natura psicoanalitica, e richiede una premessa di onestà metodologica: l'espressione «spazio transizionale» è emersa nella descrizione esperienziale in modo spontaneo, prima e indipendentemente da qualsiasi riferimento teorico. Chi scrive non proviene dalla letteratura winnicottiana; l'accostamento è stato proposto a posteriori, in dialogo, come convergenza e non come derivazione. In Winnicott (1971) l'area transizionale designa una zona intermedia dell'esperienza, né interamente soggettiva né interamente oggettiva, sede del gioco e della creatività. L'ipotesi — che resta da verificare con un confronto diretto con quella letteratura — è che il collasso dell'ordine conosciuto e controllato possa riaprire l'accesso a un'area analoga, dove le cose non sono ancora decise e la vita si presenta come potenzialità anziché come contenuto determinato.

La seconda cornice è interocettiva. Il «sentire di essere vivo» che emerge in secondo piano non è un'inferenza cognitiva ma un dato percettivo primario, riconducibile al sistema interocettivo che la ricerca neuroscientifica indica come substrato del senso materiale di sé. In condizioni di derealizzazione l'accesso a questo segnale risulta attenuato; il suo riemergere in piena crisi rappresenta quindi un ancoraggio non concettuale alla realtà del corpo, capace di riaprire il campo senza richiedere la rimozione dello stato alterato.

La terza cornice riguarda il rapporto tra consapevolezza e contenuto. Il passaggio dalla bolla allo spazio non avviene per soppressione della derealizzazione ma per allargamento: lo stato viene accolto insieme ad altro. Il soggetto descrive il processo come consapevolezza intuitiva profonda, a indicare che la trasformazione precede l'elaborazione riflessiva: è il sentire stesso che si amplia, e il pensiero interviene successivamente a nominare. In questa sequenza il nominare svolge una funzione di consolidamento coerente con la letteratura sull'affect labeling, secondo cui la verbalizzazione degli stati affettivi ne modula l'intensità per via di regolazione implicita.

3. Implicazioni cliniche

Per gli interventi mente-corpo orientati al trauma, il fenomeno suggerisce un obiettivo terapeutico riformulato: non l'eliminazione degli stati dissociativi, ma la coltivazione della capacità di contenerli insieme ad altro. Il margine interocettivo — la possibilità di percepire il segnale vitale del corpo anche dentro lo stato alterato — costituisce il punto di leva. Pratiche come il TCTSY, che restituiscono al partecipante scelta e accesso graduale alla sensazione corporea, lavorano esattamente su questo margine, senza richiedere né l'esposizione narrativa né la promessa di un controllo sugli stati interni.

La distinzione operativa proposta è quella tra controllo e spazio di consapevolezza. Il controllo, prodotto della paura, mira a sopprimere o evitare lo stato indesiderato, e tende a riprodurre la chiusura della bolla. Lo spazio di consapevolezza fa posto a ciò che è presente e mantiene aperto il campo: accoglie la derealizzazione e, insieme, il sentire di essere vivi. La prima strategia promette ciò che non può mantenere; la seconda è meno ambiziosa e più onesta — e, nell'esperienza qui documentata, è l'unica che lascia accadere la trasformazione.


Riferimenti essenziali

Winnicott, D.W. (1971). Playing and Reality. London: Tavistock. [trad. it. Gioco e realtà, Armando, 1974]

Craig, A.D. (2009). How do you feel — now? The anterior insula and human awareness. Nature Reviews Neuroscience, 10(1), 59–70.

Lieberman, M.D. et al. (2007). Putting feelings into words: Affect labeling disrupts amygdala activity in response to affective stimuli. Psychological Science, 18(5), 421–428.

van der Kolk, B.A. (2014). The Body Keeps the Score. New York: Viking.

Emerson, D., & Hopper, E. (2011). Overcoming Trauma through Yoga: Reclaiming Your Body. Berkeley: North Atlantic Books.

Amadei, G. (2013). Mindfulness. Essere consapevoli. Bologna: Il Mulino.

Kabat-Zinn, J. (1990). Full Catastrophe Living. New York: Delacorte.