Cosa NON è la Mindfulness

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Comincio con un'ammissione, perché un testo che pretende di correggere gli altri parte già con il piede sbagliato. Anche chi la pratica e la propone, a volte, la racconta peggio di com'è: la promette troppo, la addolcisce, la rende digeribile. La parola “mindfulness” è diventata un contenitore buono per tutto — un'app, un corso aziendale, dieci minuti per “resettare” — e a forza di volerla rendere accessibile l'abbiamo svuotata. Provo allora a dire non cos'è, ma cosa non è: è più onesto, e forse più utile.

Non è svuotare la mente. È la falsa credenza più radicata e la più scoraggiante: si prova, la mente continua a pensare, e si conclude “non sono capace”. Ma la mente che pensa non è un guasto da spegnere — pensare è ciò che fa, come il cuore batte. La pratica non ferma i pensieri, cambia la relazione con loro: accorgersi di pensare e non esserne trascinati ogni volta. Chi promette il silenzio mentale vende qualcosa che non esiste.

Non è una tecnica di rilassamento. A volte rilassa, ma non è lo scopo e non sempre accade. Fermarsi e portare attenzione al corpo, per molti, fa emergere proprio ciò che il fare teneva a distanza: tensione, noia, tristezza, irrequietezza. Una pratica fatta bene, a tratti, è scomoda. Scambiarla per benessere immediato significa abbandonarla alla prima difficoltà, convinti di sbagliare proprio quando sta lavorando.

Non è una panacea. Qui serve onestà, perché è dove l'entusiasmo ha fatto più danni. Le prove esistono, ma sono più modeste di come vengono raccontate: una nota revisione del 2014 su JAMA Internal Medicine trovò evidenze moderate su ansia, depressione e dolore, e deboli o assenti per moltissimo altro. Nel 2018 un gruppo di ricercatori — molti dei quali praticanti — pubblicò un articolo intitolato, non a caso, Mind the Hype, per mettere in guardia dagli eccessi e dalla fragilità di tanti studi. La mindfulness aiuta alcune persone, per alcune cose, in parte. Non guarisce tutto, e per certe condizioni serie non sostituisce una cura.

Non è sempre innocua. È la parte che il mainstream non racconta mai, e che per il lavoro che faccio mi sta più a cuore. Per chi porta un trauma, l'invito a “stare con quello che c'è” può spalancare troppo in fretta porte che andrebbero aperte con cura e accompagnamento. Esistono effetti avversi documentati — ansia, dissociazione, riattivazioni — e tacerli per proteggere la favola del benessere è irresponsabile. È la pratica che va calibrata sulla persona, non la persona sulla pratica.

Non è un rimedio rapido. Quello che oggi sta in un'app da dieci minuti viene da tradizioni lunghe secoli, in cui era inseparabile da un'etica, da una comunità, da una direzione. Estrarne la sola tecnica e rivenderla come ottimizzazione personale — la “McMindfulness”, è stata chiamata — la rende efficiente e la svuota di senso. Non serve diventare monaci: nessuno lo pretende. Ma ridurla a un integratore per la produttività è il rovescio di ciò che è.

Non è nemmeno qualcosa che si insegna. Chi la guida non trasmette un sapere: predispone una cornice e delle condizioni — il silenzio, il consegnarsi all'immobilità — e dentro quella cornice propone e condivide la pratica. Ma nessuno può praticare al posto tuo. A un certo punto sei tu che costruisci la tua pratica quotidiana e vai per la tua strada. La si può proporre, accompagnare per un tratto. Insegnare, no.

E allora cos'è, detto in negativo fino in fondo? Non un'idea, ma una pratica; e una pratica che si fa con il corpo. Non un pensiero sulla calma, ma lo stare — ripetuto, paziente — dentro la propria esperienza così com'è, difficoltà comprese. Chiede intenzione, attenzione, disciplina e soprattutto tempo, e non garantisce nulla. È un lavoro, non una soluzione. Ed è forse per questo che funziona, quando funziona: perché non promette di toglierti la fatica di vivere, ma di abitarla un po' diversamente.