Tenersi in equilibrio

La similitudine dell'acrobata e chi si prende cura di qualcuno

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Tenersi in equilibrio

C'è un momento, prima di condurre una pratica, che dura poco. La stanza è pronta, qualcuno sta arrivando, e per un attimo mi accorgo di come sto: stanco, attivato, certe volte senza voglia di cominciare. Non faccio niente di speciale. Mi accorgo, e basta. Non è una tecnica, è un gesto piccolo che nessuno vede.

Credo che chi si prende cura di qualcuno conosca questo momento. Prima di entrare nella stanza di un figlio malato, prima di un turno in ospedale, prima di aprire la porta a chi viene a raccontare quello che non racconta a nessun altro. Un attimo in cui si potrebbe sentire come si sta, e di solito non c'è tempo.

In uno dei discorsi più antichi del Buddha c'è una similitudine che parla di questo, anche se non sembra. Un maestro acrobata si mette in spalla un'asta di bambù e dice all'allieva che deve salirci: tu proteggi me, io proteggo te, e lo spettacolo riuscirà. Lei risponde di no. Ciascuno abbia cura di proteggere sé stesso, dice; così lo spettacolo riuscirà, e io scenderò senza farmi male. Nella traduzione italiana: «ciascuno dovrebbe avere cura di proteggere sé stesso».

La scena è fisica, e per questo funziona. Due corpi, un'asta, un equilibrio. Chi sta sotto deve tenerla dritta, chi sta sopra deve restare in piedi. Se uno dei due si preoccupa troppo dell'altro, perde il proprio equilibrio e tutto oscilla. Nessuno può trovare l'equilibrio al posto dell'altro.

Di questa storia esistono due versioni. In quella pāli il Buddha dà ragione all'allieva, e il maestro resta corretto. In quella cinese è il maestro stesso a dire che era già implicito in quello che aveva detto. Bhikkhu Anālayo, che le ha confrontate, preferisce la seconda, perché i ruoli tornano: il maestro insegna, l'allieva impara. Io preferisco la prima. Non per dare torto a nessuno, ma per esperienza.

Non è una correzione a parole, quella che ho in mente. Mi è capitato, e non di rado, di proporre qualcosa che andava bene per me, nella mia testa, e di vedere che chi avevo davanti dava segnali chiari che non andava: un disagio, una fatica, un corpo che si tirava indietro. Non c'era niente da discutere. Bastava fermarsi. Fermarsi ristabiliva l'equilibrio, e dopo anche io stavo meglio. Nella storia a essere corretto è il maestro. Nella stanza dove conduco un maestro non c'è: c'è chi offre qualcosa e chi è lì per sperimentare che cosa accade, anche niente. Fermarsi non è un difetto di chi conduce, è guardare chi sta in cima all'asta invece della propria idea.

Il discorso lo dice in una riga: «Avendo protetto sé stesso, uno immediatamente protegge l'altro; proteggere l'altro e sé stesso, questa è davvero protezione». Ma dice anche che cosa vuol dire proteggere sé stessi, ed è qui che la storia smette di essere un consiglio di buon senso. Proteggere sé stessi è conoscere la propria mente e coltivarla. Non è mettersi al riparo, non è tenersi a distanza. E proteggere l'altro è offrirgli quelli che il testo chiama doni: la non paura, la non violenza, il non nuocere. Chi tiene l'asta dritta non sale al posto dell'altro e non lo sorregge. Lo protegge restando in equilibrio lui.

Il testo dice che gli altri si proteggono con la benevolenza e l'empatia, e Anālayo aggiunge una cosa che rovescia l'ordine in cui di solito la pensiamo: «l'empatia coltivata per gli altri rende più facile mantenere uno stato equilibrato di osservazione quando lo stesso accade dentro di sé». Non è solo l'equilibrio che permette di tenere l'altro nel campo: è tenere l'altro nel campo che aiuta a restare in equilibrio. Chi guarda solo i propri piedi non è centrato, e l'asta oscilla lo stesso.

Qui entra una cosa di cui chi si prende cura di qualcuno parla poco, e quasi sempre tardi. Chi ascolta per mestiere il trauma degli altri conosce il nome: trauma vicario. Per chi sta accanto a un figlio malato, per chi fa i turni in reparto, per chi tiene insieme una famiglia, i nomi sono altri, o non ci sono. Il meccanismo è lo stesso. Si comincia ad assorbire. Si smette di accorgersi di quello che sale dentro, perché c'è l'altro da guardare. E quello che sale lo si chiama dedizione, finché regge. Nella similitudine, chi cade è chi sta in cima. Nella vita, quando chi tiene l'asta perde l'equilibrio, si fanno male tutti e due.

Il rimedio che si sente proporre è la distanza: pause, confini, qualcuno con cui parlarne. Servono. Ma il testo dice un'altra cosa, e la dice prima. Proteggere sé stessi non è fare un passo indietro. È vedere quello che sale mentre sale: la fretta, la paura, il bisogno che vada bene, la stanchezza che si traveste da pazienza. Non meno vicinanza. Più presenza a sé.

C'è poi una cosa che credo molti riconoscano. Chi è accudito spesso finisce per proteggere chi lo accudisce. Dice che sta bene per non pesare. Tace un dolore per non vedere la faccia dell'altro cambiare. Il dono della non paura è anche questo: che l'altro non debba più farlo. Che possa stare come sta, perché chi gli è accanto regge. Reggere non vuol dire intervenire su come sta l'altro. È un equilibrio faticoso, fatto anche di sofferenza, ma tiene. E la forza che serve è saper aspettare che qualcosa cambi, se cambia, e trovi un equilibrio nuovo. Serve saper stare, e permettere all'altro di stare.

Il rischio è leggere tutto questo come un invito a chiudersi. Nei discorsi antichi c'è una battuta per chi proponeva, come via, di non vedere e non sentire: se bastasse quello, chi non vede e chi non sente sarebbe il praticante più esperto. Proteggersi non vuol dire chiudersi. Vuol dire tenere gli occhi aperti anche su di sé.

Torno a quel momento prima di condurre. Non ci faccio niente di speciale. Non cerco di modificarlo: mi accorgo di come sto, e poi comincio. E se resto lì come sto, attento a chi ho davanti anche quando porta sofferenza, alla fine, di solito, sto meglio io.


Fonte: Bhikkhu Anālayo, «Proteggere sé stessi e gli altri attraverso la presenza: la similitudine dell'acrobata nel Saṃyukta-āgama», traduzione di Giorgio Raspa, © Āgama Research Group 2020, pubblicato su gategate.it il 12 ottobre 2026 (https://gategate.it/proteggere-se-stessi-e-gli-altri-attraverso-la-presenza/). Originale: «Protecting Oneself and Others Through Mindfulness – The Acrobat Simile in the Saṃyukta-āgama», Sri Lanka International Journal of Buddhist Studies 2 (2012), pp. 1–23. I due discorsi sono il Sedaka-sutta (SN 47.19) e il suo parallelo cinese (SĀ 619).