Attraverso
Il minuto che non ho cercato
C’è stato un lungo periodo in cui stavo male senza tregua, non a ondate, non a giorni alterni. Un incubo vissuto senza capire cosa stesse accadendo, senza un nome per dirlo e senza vedere un fuori.
Poi, a un certo punto, è comparso un minuto. Continuavo a stare male ventitré ore e cinquantanove minuti al giorno, ma in quel minuto mi accorgevo che tutto quello che mi faceva star male non c’era.
E mi dicevo: se in un giorno c’è un minuto così, magari domani diventano due. Poi tre. E così via, fino a una giornata intera. In realtà i minuti non crescono in fila, uno al giorno. Ma quel “magari” mi ha salvato. Non prometteva niente. Diceva solo che era possibile, e per arrivare al giorno dopo bastava.
Chi sta male e spera vorrebbe sapere dove cercarlo, quel minuto. Io non lo so. Non so perché è arrivato, né perché proprio allora. E diffido di chi lo presenta come il risultato sicuro di una tecnica.
Quello che posso dire è più piccolo. La volontà di uscirne c’era e non funzionava, anzi rendeva tutto più frustrante. Il minuto non l’ho prodotto io. È arrivato quando non capivo niente e non credevo a niente: non serviva crederci, né sapere dove guardare. Oggi penso che il corpo continui a cercare il suo equilibrio anche quando noi non ce lo aspettiamo più. Forse quel minuto era questo: il corpo che faceva il suo lavoro senza chiedermi il permesso. È un’ipotesi, niente di più.
Non l’ho cercato: ne sono stato consapevole. Per il resto del giorno io ero lo star male, pietrificato in quella condizione. In quel minuto invece mi osservavo, e mi dicevo: toh, guarda che stai bene. All’inizio era solo un’assenza. Ma la consapevolezza la faceva diventare un’altra cosa: un minuto di benessere, di stabilità, di cui ero testimone. E per quel minuto io e lo star male non eravamo più la stessa cosa.
Credo che la speranza stia qui. Cercare il minuto può diventare un’altra fatica, un modo di controllare e di misurare quanto manca. E per chi soffre, sentire in questo modo non è scontato. Può accadere, però, come un’intuizione che non ti aspetti, e la consapevolezza la coglie fuori dall’io pietrificato. È un seme che si pianta, e resta lì, piantato. Non è detto che si abbia modo di coltivarlo con costanza e disciplina: quando si sta così, non si è nelle condizioni. Ma è il ricordo di un’esperienza consapevole, e ritorna. Prima o poi può mettere radici, senza un quando e senza un dove.
Io non provavo a riprodurlo. Tenevo viva l’intenzione e la speranza che tornasse e si allargasse, senza pretendere. Era una spinta diversa dalla volontà.
Non parlo di ottimismo, che ha bisogno di prove. Parlo di un grammo di speranza che resta anche quando niente fa pensare che le cose andranno meglio, e che si alimenta da sola. Non garantisce un lieto fine. Proprio per questo regge: non ha bisogno di essere confermata ogni giorno.
Si dice spesso che il dolore ci trasforma, che dal fondo si rinasce, che le difficoltà ci rendono più forti. Non lo credo. Non si cambia grazie al dolore: lo si attraversa. E quello che accade dall’altra parte accade malgrado la sofferenza, non per merito suo.
E non si attraversa da soli, né con la sola forza di volontà. Servono cure, tempo, qualcuno vicino, e spesso anni in cui il miglioramento non si vede. Dire a chi è ancora dentro che basta impegnarsi significa dirgli che, se non ne esce, la colpa è sua. Se non ce la fai, chiedi aiuto: a una persona di cui ti fidi, a un medico, a chi fa questo di mestiere. Chiedere aiuto fa parte dell’attraversare.
Si dice anche che dalla sofferenza si esce ritrovando chi si è veramente. Non credo nemmeno a questo. Non c’è un sé vero che ci aspetta, rimasto intatto sotto tutto quello che è successo. Il sé non è una cosa che si ritrova: si ricostruisce di continuo, a partire dal corpo, dalle relazioni, da quello che accade. Dall’altra parte arriva chi si è oggi. Quello che si è stati non si cancella: lo si porta con sé.
Nella pratica c’è un principio: brevi momenti, molte volte. Il minuto, per me, è stato il primo di quei momenti.
Non so dirti dove sarà il tuo. So che il mio è arrivato quando non sapevo nemmeno che potesse esistere.