Il silenzio che non cura e il silenzio che cura
Il segreto patogeno e il silenzio da vivere
Il segreto patogeno e il silenzio da vivere
Il silenzio non esiste.
John Cage lo cercò in una camera anecoica, una stanza costruita per non restituire nessun suono, e ci trovò due rumori: uno alto, il suo sistema nervoso, e uno basso, il suo sangue. Poco dopo scrisse 4'33", quattro minuti e mezzo in cui il pianista non suona una nota. Il punto non è che quel pezzo sia silenzioso. Il punto è che noi, che lo ascoltiamo, non siamo mai nel silenzio: c'è sempre un rumore di fondo, come la puntina sul vinile, solo che qui la musica non parte. Lo so anch'io, per un'altra strada. Quello che chiamiamo silenzio è sempre pieno di qualcosa. La domanda non è se c'è, ma di che cosa è fatto.
Il primo silenzio che ho conosciuto è quello che non cura. È il silenzio di una casa in cui tutti sanno e nessuno dice. Il bambino che cresce lì dentro impara una cosa precisa: a sapere e non sapere insieme, e a scollegarsi quanto basta per reggere la contraddizione. Non è una scelta, è un adattamento. Il non-detto non resta fuori, non evapora: entra nel corpo e ci resta, sciolto dal contesto, senza le parole che nessuno gli ha dato. La tradizione psicodinamica lo chiama segreto patogeno, e il nome è esatto. Non è il segreto in sé ad ammalare, è tenerlo da soli.
Dentro quel silenzio non c'è pace. Nei soggetti traumatizzati il silenzio patogeno non resta silenzio: diventa rumore di fondo. Chi porta un trauma lo sa senza bisogno di spiegazioni: quando tutto tace, il sistema d'allarme non tace. Anzi, alza il volume, perché non c'è più niente a coprirlo. Per anni il silenzio è stato per me la condizione in cui le cose non dette tornavano a farsi sentire. Non come ricordi, come sensazioni. Il corpo che si irrigidisce senza motivo apparente, l'attenzione che scandaglia in avanti in cerca del pericolo. Questo è il silenzio patogeno: quello che non ascolta, ma sorveglia.
Poi c'è il silenzio di fuori, che oggi praticamente non esiste più. Non è una lamentela sulla modernità, è un dato di fatto. Il mondo in cui viviamo non sopporta i vuoti e li riempie tutti: ogni pausa ha una notifica, ogni attesa uno schermo, ogni spazio una voce che vende qualcosa. Il risultato è che l'attenzione non ha mai un varco per girarsi all'interno, perché fuori non c'è mai un intervallo. Il silenzio lo cerco e lo coltivo, e riconosco in me una vena di irritazione verso questo frastuono. Non la nascondo. La uso come un segnale: mi dice che qualcosa in me sa di che cosa ha bisogno.
Ma il frastuono non è solo negli apparecchi. È nelle conversazioni. Una cosa che noto sempre più spesso è che chi non sa stare in silenzio non sa ascoltare. Sono la stessa incapacità vista da due lati. Ci sono due modi di non ascoltare, e li ho visti tutti e due, e li ho praticati tutti e due. Il primo è silenzioso, e per questo inganna: l'altro resta in silenzio mentre parli, ma è assente. Non c'è una presenza mentale rivolta a te. Sta lavorando sul proprio pensiero, sul giudizio già formato, sul pregiudizio che aspetta solo la conferma, sulla risposta che sta preparando mentre tu parli ancora. Il silenzio c'è, l'ascolto no. La pausa è occupata. Il secondo è più rumoroso e più onesto, se non altro: l'altro interrompe. Non regge lo spazio che si apre tra una tua frase e la successiva, e lo riempie. Quello spazio, per chi non sa stare in silenzio, è insopportabile. Eppure è esattamente lì che l'ascolto accade. Ascoltare è stare in silenzio due volte: con la voce e con il giudizio. Chi non riesce a stare in silenzio con il proprio giudizio non sta ascoltando, anche se non parla.
Il secondo silenzio, quello che cura, l'ho trovato tardi e l'ho cercato a lungo. È il silenzio della pratica: mindfulness, yoga, yoga sensibile al trauma. Pratiche che si fanno con il corpo, non con la parola. Una voce c'è, ma solo come guida: nessuno conversa, nessuno spiega, nessuno discute. Non è assenza di suono: la stanza scricchiola, il respiro passa, il cuore batte, il sangue pulsa nelle orecchie. È un pieno che si impara ad ascoltare. La linea del silenzio, seguita con pazienza, porta a un tipo di consapevolezza che non passa dal ragionamento: un ascolto sgombro dal frastuono di fuori, che va dal corpo alla realtà e scopre che l'interno e l'esterno sono intimamente connessi. Quello che ci si trova è un corpo presente. Non un personaggio del baraccone, non la parte che si recita per gli altri, ma il corpo così com'è, con il suo flusso di fondo. È lì che ci si sente vivi. Non altrove.
Devo però dire una cosa che di solito si tace, per non rovinare il quadro. Per chi porta un trauma, i primi silenzi della pratica non sono pacifici. Sono, quasi sempre, il contrario. Togli il frastuono e la prima cosa che si presenta non è la calma: è la stanza del segreto, riaperta. Torna il rumore di fondo di prima, e per un po' non si distingue il silenzio che cura da quello che non cura, perché il corpo li sente uguali.
Quello che ho capito, con il tempo, è che la differenza tra i due silenzi non sta nel silenzio in sé. Sta in che cosa lo tiene aperto. Il segreto ammala perché è un silenzio chiuso: ci sei stato lasciato dentro da solo, e nessuno gli ha dato parole. Il silenzio della pratica cura perché resta aperto. Ma non è qualcun altro a tenerlo aperto per te. L'istruttore aiuta, il gruppo aiuta: reggono lo spazio, fanno da testimoni, evitano che la stanza del segreto si richiuda intorno a te mentre ci sei dentro. Poi però la ricerca è un fatto individuale, e la pratica che continua lo è ancora di più. Quando molli, nessuno fuori di te ti riporta a sedere. Ci torni solo se dentro c'è una ricerca, e non sempre è una ricerca intenzionale: a volte è disperata, è il ricordo potente della pratica che si fa necessità del presente. Ma questo non fa del silenzio che cura un silenzio solitario. Chi ha un'amicizia vera, o una coppia che funziona, lo sa: ci sono ore, a volte una giornata intera, passate in silenzio assoluto e dense di una comunicazione più profonda di qualunque discorso. Nessuno parla e nessuno è assente. È l'opposto esatto della casa in cui tutti sanno e nessuno dice: lì il silenzio separa, qui unisce. Il silenzio che non cura è quello in cui sei stato lasciato solo. Quello che cura è quello che si può condividere senza che nessuno debba riempirlo.
Il silenzio non esiste. Esiste quello che lo riempie. Un segreto, un pensiero proliferante e rumoroso, un'interruzione. Oppure una presenza: la tua, e quella di chi sa stare in silenzio con te.